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e tutte le altre tecniche

TESTIMONIANZE







KOLAR E L’ARTE DEL SILENZIO
Un uomo intorno alla cinquantina, di media statura, lento nell’incedere, un po’ gonfi gli occhi, lo sguardo stanco ma attento. Una soffitta al 3° piano di una casa cadente, da troppi anni in corso di restauro, senza ascensore, saranno 30 gradi ma si respira male. C’è un acquaio piccolo contiene a stento 3 lattine di birra, su cui scola svogliato un filo d’acqua, tentativo affannoso di ricerca di frescura. Alle pareti poche cose: un calendario “optical”, forbici appese, piccoli ritagli di giornale. Kolar dice che le opere sue che vi erano appese le ha tolte perché l’umidità che colava dai muri le aveva sciupate tutte. C’è un grande tavolo, come quello di un falegname, sopra tante lamette, colla nei bicchieri e nei barattoli e righelli di legno e ritagli. Un amico, dice Kolar, affettuoso, pronto sempre a dargli una mano, stamani ci fa un po’ da interprete. Questo Kolar, come mi si è presentato, ed a pensarci ora, so di lui poco più di quanto l’emozione mi ha fatto cogliere in quel primo momento. Cercavo un artista che fosse rappresentativo dell’arte d’avanguardia d’oltre cortina, dell’avanguardia vera, quella libera ma invisa ai regimi che temono le cose nuove. Avevo preparato una scaletta con tante domande, ma è rimasta nella borsa, il perché è semplice: Kolar basta vederlo, basta guardare le sue opere, sapere da lui poche altre cose e riflettere che siamo a Praga. A Praga se ci arrivi di sera hai l’impressione di una città oscurata, solo se c’è la luna compare il profilo di San Vito sul colle, tutto il resto è perduto nella notte profonda. Qua e là da un tombino esce del vapore bianco, un ragazzetto ti chiede se vuoi ”cambiare”, un camion verde con la stella rossa ti accosta poi ti supera con fracasso. Vai a letto con tutto questo negli occhi e però Praga è la dolce Praga e aspetti il giorno quando i vapori dei tombini non sono più così inquietanti, i camion dei russi non passano e la Moldava è di nuovo verde. Ci sono circoli dove per 15 persone suona un’ottima orchestra jazz e un altrettanto ottimo fotografo rappresenta con un intuito e una tecnica geniale quella musica. Senti nell’aria che nessuno riceve un soldo e una volta di più questa gente ti commuove. C’è una critica di fotografia è la moglie di Libor Fara artista già noto, si sono costruiti con le loro mani una casa nella soffitta dell’atelier, ne vanno orgogliosi, dopo tanti anni la casa non l’aspettano più. E’ Fara che telefona a Kolar per annunciare una nostra visita. Non mi dice nulla di lui solo che è malato, soffre di cuore. Così sono arrivata a questa casa nel quartiere della polveriera, venendo dalla quale si attraversa un giardino con pochi bimbi (sono tutti in colonia) e tanti vecchi sulle panchine, poi pochi metri di una via in subbuglio: catrame, tavole, operai impegnati in non si sa bene cosa. Poi a piedi per una scala ripida, con i muri scrostati e cadenti, finestre senza vetri e tante porte e porticine. In cima un corridoio stretto, tante porte e tanti nomi. Se chiedi, per la prima volta qui a Praga, ti senti rispondere con circospezione e intanto resta che non riesci a trovare Kolar. Per tentativi: l’ultima porta, altre scale e finalmente questa soffitta bassa con un caldo insopportabile, la birra nel lavandino e questo uomo stanco. Ti sorride, apre una lattina di birra, si spruzza la camicia rossiccia, ti offre la birra, ne beve un po’ poi trasporta su quel tavolo grande di legno, da falegname, una montagna di opere. Il primo gruppo sono 200 pronte a partire per Parigi dove si farà una sua personale. L’amico traduce, lui continua a parlare e intanto ti mostra altre opere e ti guarda attentamente, quando si accorge che sei entrata nelle sue figurazioni allora te le spiega e tu scopri oltre a un’arte nuova un uomo unico e la sua sofferenza. Senti anche la paura, anche se non dice nulla di preciso. Kolar era un poeta, il maestro del “Gruppo 42”, il più importante degli anni 50 e ne dirigeva la rivista. Quando morì Stalin pubblicò due fotografie a lutto: quella appunto di Stalin e quella del capo di governo cecoslovacco. Passò così due anni in prigione e poi gli fu proibito di scrivere. E non ha più scritto un verso, si è chiuso in questa soffitta dove scompone i grandi dal rinascimento all’espressionismo e ricompone Kolar. Era un tentativo, una ricerca, è diventata una lingua fatta di figure che s’intersecano, il suo nuovo modo di fare poesia. I suoi quadri si acquistano solo nelle gallerie di stato dove ce ne sono pochissimi e si pagano cari, lui non li può vendere e non li vende e nel dir questo non ti guarda, il suo amico ti spiega che è stanco e intimorito. Tutto qui non ti dicono altro, però quando ci si saluta lui ti fa un inchino e ti porge una piccola opera perché lui fa sempre un omaggio alle signore che vanno a trovarlo per vedere le sue opere ed il suo atelier, e poi tu sei italiana ed il suo primo mecenate è stato un italiano. Sulla porta ti vien voglia di abbracciarlo come fosse un vecchio amico e non sai più dove finisce l’ammirazione e dove comincia la simpatia, il condividere. Per le scale il suo amico che ci accompagna ci spiega che anche due volte alla settimana vengono a trovarlo degli stranieri, sono venuti fin dall’America dove qualcuno già lo conosce. Poi l’amico aggiunge: se volete fargli cosa gradita mandate qualche rivista di moda a sua moglie. Scendo gli ultimi gradini rovinati: è strano non ho altre domande né altre risposte ma certo i miei pensieri e la realtà non combaciano.
Edda Arrigoni Gazzerro


Praga, in un giorno di luglio 1971
IN MEMORIA
Una colonna si spezza, una diga si rompe. L’undici agosto nello stesso giorno in cui le acque della Moldava sommergevano la città, a Praga moriva Jiří Kolář. Vorrei dire alcune parole per ricordarlo. Da lui, ho continuato ad apprendere quanto avevo imparato da Giorgio Morandi; cosa sia il silenzio. Che cosa il silenzio sia in grado di trasmettere all’interno di un’opera. Il silenzio come forza sovversiva in quanto spazio meditativo. E così come Morandi, come Josef Sudek, Jiří Kolář ha vissuto dentro il suo silenzio per un’intera esistenza. In Jiří Kolář il silenzio era espressione di una forza interiore tale da arrivare a una efficacia comunicativa imparagonabile. Nel suo silenzio era scritta la consapevolezza del fare arte come pratica etica ancor prima che estetica. Dare ogni giorno con dignità della propria esistenza un contributo alla costruzione di un alfabeto morale. Kolář, in ceco, si pronuncia “kolàge”, come collage e il collage è stato il genere nel quale si è identificata la sua arte. Come un alchimista e con una maestria mai vista prima, sapeva rendere fantastiche le cose più umili dello sguardo quotidiano. L’ho sempre incontrato in studi di piccole dimensioni; muri bianchi, le finestre sbarrate, la luce accesa. Vestiva sempre un camice bianco come se ogni nuova opera fosse un’operazione chirurgica dentro un’immagine o dentro una parola. Attraverso le sue forbici l’alfabeto ha trovato il suo delirio e il suo paradiso. E’ difficile dire cosa abbiano significato, verso la fine degli anni sessanta, per un giovane di venticinque anni, assuefatto al clima italiano di supponenza, di maldicenza, di discredito sistematico tra artisti, al chiasso e alla violenza come principale mezzo per imporsi, trovarsi davanti a un uomo nel quale, ogni gesto, ogni parola, erano un atto di poesia. Essere ricevuto nel suo studio e nella sua casa dove, a ogni nostro incontro, riuniva poeti e pittori e, in quelle occasioni sentirsi quasi il soggetto stesso dell’incontro, sentirsi parte di quella società segreta, di quella Praga clandestina e resistente che allora, con certezza, poteva essere definita la capitale morale dell’arte. Amava gli altri artisti per la sola ragione di essere artisti e aveva profondo rispetto per la loro arte. L’ho incontrato, per la prima volta, nel suo studio di Nekazanka, n.10, nell’agosto del 1969, per poi rivederlo nel corso degli anni, fino a Parigi, nello studio di rue Olivier Metra. Mi aveva accompagnato da lui lo storico di letteratura ceca e traduttore degli scritti del Vasari, Jan Vladislav, costretto in seguito all’esilio in Francia. Nell’occasione di quel nostro primo incontro gli avevo offerto un mio libretto, ancora intonso. Prima di aprirne le pagine volle lavarsi le mani. Non potrò mai dimenticare qual gesto in cui era scritta tutta la sua nobiltà. Piango la perdita di un grande poeta e di un amico.

Claudio Parmiggiani
(da “La Stampa” lunedì 26 agosto 2002)